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POLENTA MIA

Davide Maria Turoldo

Mia cara terra, mio vecchio paese, non posso descrivervi. Le montagne e le valli della Carnia le ho viste per un sol giorno quando ancora ero fanciullo, una sola volta ho visto Cividale che sorrideva in una giornata di sole. Ero troppo piccino per gustare il vino di Tarcento, e quello di Latisana lo conosco solo per aver cantato la « villotta » che ne celebra la bontà.

Poi, già lontano, ho serbato il sapore delle sue noci, forse le migliori fra tante che ho visto sui mercati. Ma il frutto della mia infanzia erano le pesche selvatiche che a pena arrivava no a maturazione nella campagna ghiaiosa e bruciata del mio paese. E un po’ d’uva che noi rubavamo ancora acerba dalle viti; e il fiore dolciastro dell’acacia che brucavamo dalla pianta insieme alle pecore.

E anche il pane di segala ricordo, e la minestra di orzo che noi ragazzi non volevamo mangiare perché ci sembrava un cibo per cavalli e invece la mamma ce lo diceva il miglio re, il più nutriente. Una memoria rara per me, - «codaroul (1)» di una casa sfortunata e povera - le poche sere in cui ho potuto inebriarmi, fanciullo, col pesante piatto della «brovade », il cibo dei forti, il cibo del lavoratore instancabile.

Invece la mia tavola, la mia casa, la mia infanzia, ecco di cosa profumava (anzi, il paese intero): prima di pannocchie, cotte in margine ai grandi campi di granoturco, pannocchie ancora lattee, affumicate su un fuoco che noi ragazzi accendevamo nella campagna come un’avventura.

E poi ancora pannocchie, scartocciate nelle lunghe sere di autunno in compagnia dei grandi. Allora il papà non ci mandava a dormire, non faceva il severo, perché anche noi piccoli potevamo con le nostre mani liberare il frutto d’oro dei nostri campi.

E poi ancora pannocchie, sgranate col ferro che ci faceva male alle mani; e bisognava fasciarlo con stracci per evitare le vesciche nel palmo non ancora indurito alla falce, alla vanga e all’aratro.

E poi ancora pannocchie, che finalmente diventavano farina nei nostri antichi mulini tuttora di pietra.

E finalmente la polenta.

Tutto il paese, la sera, un dolcissimo odore di polenta appena rovesciata sul tagliere; ed era finalmente il richiamo per cui noi lasciava mo di giocare a « muduk » e a bandiera sulla piazza. E la mamma non faceva più fatica a chiamarci perché una voce, quella dell’appetito, ci portava a casa tutti come rondoni.

Polenta mia, guai se qualcuno parlerà male di te. lo non ho mai conosciuto il pane: a casa il pane io mangiava soltanto chi si ammalava; ma era un caso raro, e poi tanto poco da fare appena una «panade (2)». Ma la polenta! Cosa nascondevi dentro la tua sostanza per farci crescere tutti così grandi, in fretta? Tutti noi fratelli, alti come gambe di granoturco, forti, instancabili più degli altri (mai una malattia che ci abbia minati); e, ancora ragazzi, con il piccone, d’inverno, a estirpare i ceppi perché il focolare fosse sempre caldo.

Mattina, latte e polenta; mezzogiorno, minestra e polenta; la sera, radicchio, «argelùt (3)» e ancora polenta. E, anzi, nei giorni duri, di magra, io ricordo mio padre che tagliava due fette dalla piccola montagna d’oro e me ne metteva una per mano e mi dice: « Ecco, una la chiamerai polenta e l’altra formaggio». E io che ci credevo; e addentavo ora da una mano ora dall’altra, fingendo di mangiare polenta e formaggio. E gli amici, quelli delle poche famiglie ricche del paese, mi prendevano in giro, m ‘insultavano. Io piangevo eppure non potevo pensar male della polenta, non potevo dir male di mio padre.

A cuocerla era sempre la mamma, e mi sembrava che dentro vi cuocesse il cuore. E che fatica per renderla profumata, tirarla a giusta cottura, che non si attaccasse alla pentola nera di ghisa, che non sapesse di fumo; e mantenere il giusto fuoco, lei, che doveva preparare tutto il desinare, sempre con brolle di granoturco in mezzo a un nugolo di faville: e doveva soffiare dentro tanto da spolmonarsi, lei così minuta. Eppure sempre in silenzio, sempre serena, dentro una nube di fuliggine; perché noi non avevamo neppure il camino e tutto il fumo usciva dalla porta oppure dalla piccola finestra che metteva sulla «corte».

Ed eravamo in nove attorno a quella tavola. Mi sembrava un’impresa quando potevo collaborare anch’io; e ritornavo dai campi con qualche fascina di legna raccolta a stento lungo i fossati o i canali d’acqua. E le dicevo:

«Ecco, mamma, puoi cuocerla meglio con questa legna.»

Sì: ho tanti altri ricordi del mio paese: la chiesa, le funzioni di maggio, i vespri della domenica. E poi la scuola, anzi la maestra che ha insegnato per quarant’anni a fare le aste. E poi le scorribande nei prati, soprattutto a primavera, quando ognuno di noi poteva vantare la propria bravura dal numero dei nidi che scopriva per primo. Ma questi possono essere ricordi anche di altri, di tutti. Io invece devo difendere la mia infanzia, che perciò mi sembra tutta d’oro, anche se è stata forse la più povera fra tutte le infanzie dei miei compagni.

Ecco perché un giorno arrivato in una casa di ricchi, ed io già grande, anzi giù sacerdote ormai, mi sono sentito bruciare perché, appena seduto a tavola, la signora (odiosa!) ebbe l’impudenza di dirmi: «Oggi ci scuserà, padre: abbiamo polenta» . E io zitto, da prima, arrossii perché mi sembrava offesa tutta la mia infanzia, offeso tutto il mio Friuli. Poi, ecco il cameriere, vestito tutto di bianco, con una zuppiera in mano; e dentro, del giallo che nuotava nel burro; e sopra, degli uccelli rosolati come martiri. Allora ho sentito tutto il mio sangue martellare: « Ecco, signora, le dissi – non cominciamo con I’offendere la polenta». Così, fu una ben triste tavolata, quella e non solo per queste cose; e non fu possibile nessuna intesa. Il discorso stagnò per l’intero pranzo sui poveri e sui ricchi. Io capii ancora una volta che non c’era proprio nulla da fare. Il povero, i cibi del povero, i suoi gusti sono un segreto di Francesco e Chiara, una rivelazione di Cristo.

(1) Abitante di Coderno

(2) Pane bollito

(3) Valerianella

 

(Da DAVID MARIA TUROLDO, “Mia terra, addio…” – ed. La Locusta, Vicenza, 1992)

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David  Maria Turoldo  - Nato a Coderno (Udine), paese della bassa friulana, il16 novembre 1916, David MariaTuroldo entrò giovanissimo nell'Ordine dei Servi di Maria. Laureatosi poi in filosofia, visse nel convento di San Carlo al Corso in Milano gli anni della Resistenza, cui partecipò direttamente anche fondando e dirigendo un foglio clandestino antifascista, "L'Uomo". Le prime liriche apparvero nel dopoguerra (Io non ho mani, 1948; Udii una voce, 1952; Gli occhi miei lo vedranno, 1955). Una prima raccolta complessiva è del 1971.
La successiva, completa, è del 1990, O sensi miei..., e gli valse l'ammirazione di illustri protagonisti della poesia contemporanea, quali Andrea Zanzotto, Luciano Erba, Giovanni Giudici. Seguirono Canti ultimi (1991)
e Mie notti con Qohelet (1992): tutta una produzione poetica connotata da forte religiosità, la stessa che si ritrova nei testi teatrali - come Oratorio in memoria di frate Francesco ( 1981) e Sul monte la morte ( 1984) - e in alcuni significativi saggi sulla problematica religiosa ed esistenziale: Alla porta del bene e del male (1978), Anche Dio è infelice e Neanche Dio può stare solo ( entrambi del 1991 ).Ha diretto con Vito Pandolfi un film autobiografico sul Friuli intitolato “Gli Ultimi” (1962).

Turoldo è anche autore di vari saggi: Diario dell'anima. - (prefazione di Gianfranco Ravasi) Cinisello Balsamo, San Paolo, 2003. Il dramma è Dio: il divino la fede la poesia. - Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2002. Dialogo tra cielo e terra. - (a cura di Elena Gandolfi Negrini) Casale Monferrato, Piemme, 2000. Ultime poesie: canti ultimi - Mie notti con Qohelet. - Garzanti, 1999. Oltre la foresta delle fedi (a cura di Elena Gandolfi) - Casale Monferrato, Piemme, 1996.

È morto a Milano, il 6 febbraio 1992.

 

 

 


mercoledì 7 ottobre 2009
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