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LA VITE E IL VINO NELL'ARTE DEL FRIULI VENEZIA GIULIA

Licio Damiani

 

   Tanti i significati simbolici della vita e del vino: espressioni della vitalità della natura; elementi di estasi dionisiaca, di esaltazione orgiastica (le corone di pampini intrecciati nei baccanali in onore del dio del vino); fattori di degrado esistenziale e di decadente abbruttimento. Nella religione cristiana simboleggiano il Redentore e il suo sacrificio, toccando la massima sublimazione nel mistero eucaristico.

 

In Friuli-Venezia Giulia, terra di vigneti e di buon vino fin dall’antichità, la tematica è trattata nelle arti figurative a partire dall’epoca romana. Uno dei primi documenti è il piccolo bassorilievo in terracotta, utilizzato quale Insegna di osteria, conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Cividale: raffigura una botte panciuta colma di vino, deposta sull’asse ricurvo di un carro stilizzato di profilo di cui sono visibili soltanto due ruote. Il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia offre invece una selezione svariata di motivi enoici: un elegante mosaico del I secolo a.C con tralcio di vite e ramo d’edera; frammenti di un affresco del II-III secolo d.C. con grappoli e foglie di vite dai colori rossi squillanti e verdi profondi, tra i quali si intrevede il lacerto di un Amorino; decorazioni di lucerne con cestelli contenenti anforette vinarie; una Maschera di Dioniso, con i capelli inanellati di grappoli e di foglie, sul frontone di una stele del I secolo d. C.; tralci di vite su fianchi di are e monumenti sepolcrali; il bassorilievo su un’urna cineraria di un Banchetto funebre con due coppie di convitati, un servo, un suonatore di  flauto e un’ancella con anfora; il  bassorilievo di Amorini ebbri e un frammento di stele del III secolo d.C. con Scena di torchiatura. Al Museo Civico di Udine si possono ammirare, intagliati nell’ambra, una Testa di Sileno e una Foglia di vite, nonché due altorilievi con Satiri che bevono a garganella da un corno.

 

Ricca l’iconografia paleocristiana. Tralci di vite e grappoli d’uva compaiono, nel IV secolo, in mosaici del Museo Paleocristiano aquileiese; nella grazia ornamentale del Mosaico nell’Oratorio del Buon Pastore  e, sempre ad Aquileia, negli spettacolari Mosaici pavimentali teodriani della Basilica, tra i quali si ammira una deliziosa fanciulla in elegante tunica senza maniche che offre grappoli d'uva (V secolo). Colori vivacissimi e complesse articolazioni decorative si intrecciano con splendidi uccelli, capre e altri motivi zoomorfi: vortici visionari, lussureggianti stilizzazioni agresti, splendidi tessiture d’arazzo, tutto un mondo pastorale e idilliaco direttamente collegato, nel simbolismo cripto-cristiano, all’idea della vita paradisiaca. Del V secolo è anche la decorazione vitinea nel Mosaico tombale della Basilica di Santa Eufemia a Grado. Tralci stilizzati si ritrovano a Trieste nei Mosaici pavimentali del V e del VI secolo della Basilica di San Giusto.

 

L’esaltazione dei motivi vitinei trionfa in quel prodigio di oreficeria  che è l’Arcone in stucco, di ascendenza siriaca, del Tempietto Longobardo  di Cividale (VIII secolo): ricami fitti, preziosi, impalpabili di trine, girali, tralci, grappoli, fiori gigliati sopra i quali si dispiega la fascia delle sei famose figure di vergini, atteggiate a un lieve sorriso di inafferrabile suggestione che conosce l’ambiguità delle statue elleniche, le vesti segnate da rigide pieghe verticali; modellate frontalmente, fissano il vuoto con ieratico sguardo come proveniente da misteriose lontananze. Dell’VIII secolo è pure il tralcio con grappoli e foglie, insieme a raffigurazioni di animali diversi, nel cividalese Battistero di Callisto, che ha il suo centro focale nel Paliotto di Sigualdo: simboli degli Evangelisti palme, rosette, croci, grifi alati e due colombe recanti nel becco grappoli d’uva. Tralci vitinei con grappoli escono da un’anfora alla quale bevono due colombe nel Dossale di cattedra (VIII secolo) del Museo Paleocristiano di Aquileia, entrano nella decorazione a fresco arricchita di uccelli che beccano gli acini negli affreschi del XIII secolo della parte superiore dell’Ambone della Basilica di Santa Eufemia a Grado, sono scolpiti negli archivolti dei portali settentrionale e meridionale del Duomo di Venzone (1308).

 

Al periodo gotico appartengono, fra l’altro, la limpida Natura morta dipinta a fresco con brocche e ampolle piene di vino e d’acqua, tra meloni e secchielli, nella piccola nicchia collocata entro l’abside centrale del Duomo di Spilimbergo (1350); la botte di sfondo al donatore inginocchiato sotto San Giovanni Battista nell’affresco di estro popolaresco della Pieve di Nimis; le brocche e i bicchieri evanescenti colmi a metà di vino, disposti sulla bianca tovaglia, nell’affresco trecentesco dell’Ultima Cena a Valeriano, nella Chiesa di Santa Maria dei Battuti; i girali con tralci nell’architrave del Portale della Redenzione, accanto al Battistero-Campanile, del Duomo di Udine (secolo XIV).

 

Sempre del Trecento a Martignacco, nella sequenza di scuola vitalesca con le Storie di San Nicolò, dipinta nella chiesetta omonima, compare una libagione che festeggia il battesimo di un bambino. Alla cerchia di Vitale da Bologna appartiene anche la scenetta del gruppo di popolani che versano con l’imbuto entro caraffe e botticelle il vino attinto da una mastella, nella tavola Opere di carità del Beato Bertrando (metà del Trecento). Fascinose due Scene di vendemmia: la prima, risalente al decennio 1380-1390, è descritta con gustosi episodi di fervido e movimentato naturalismo nel frammento d’affresco proveniente dall’udinese Casa Perusini, ora nei Civici Musei del capoluogo friulano; la seconda appartiene a tre riquadri del al Ciclo dei Mesi (secolo XV) dipinto con candore grafico naiv e colori tenui e trasparenti nella Chiesa di San Pietro, a Magredis di Povoletto.

 

Robusto capolavoro provinciale, sintesi fra espressività nordica, tagliente manierismo acquisito dal Mantegna, cromatismo veneto, è il particolare della tavola imbandita per l’Ultima Cena, di Gianfancesco da Tolmezzo, nelle Parrocchiali di Provesano (1496) e di Castel d’Aviano (1497); la vivezza realistica di un particolare dell’inquadratura che pone in primo piano una coppia di apostoli dà l’impressione - ha scritto Giuseppe Bergamini – “di guardare due persone che tranquillamente conversano davanti a un bicchiere di vino in un’osteria friulana”. Con bottiglie e bicchieri riempiti per metà di vino Gaspare Negro orna le mense dell’Ultima cena nella Chiesa di Sant’Andrea a Griis di Bicinicco (1531)  e delle Nozze di Cana nella Chiesa di Santa Maria Maddalena a Castions di Strada (1534). Sempre a  Griis il Negro sfoggia sontuosa arguzia descrittiva nei riquadri L’angelo consegna a Noè la vite e L’ebbrezza di Noè. Questo secondo episodio, allegorico degli effetti negativi del vino, è stato anche trattato da Giuseppe Maria Zaffoni, detto il Calderari, nella Chiesa della Santissima Trinità di Pordenone. E’ del Calderari inoltre la smagliante scenografia cinquecentesca d’inquadramento della Nascita della Vergine nella Chiesa di San Rocco a Montereale Valcelina: dalle travi del soffitto della camera getilizia pendono festoni di mele, pere e generosi grappoli d’uva. Un succulento grappolo d’uva nera è tenuto nella mano sinistra dal Bambino Gesù in braccio alla Madonna della Loggia, copia dell’affresco di Giovanni Antonio da Pordenone (1516 ca.), realizzata nel 1876 da Giuseppe Ghedina subito dopo l’incendio che semidistrusse l’udinese Loggia del Lionello. Le nature morte di bicchieri di vino, piatti ricolmi di pietanze, pagnotte, hanno pregnanza tattile nell’Ultima cena intagliata nell’altare a sportelli di Sauris di Sopra dallo scultore sudtirolese Michael Parth; fanno invece da nucleo centrale di raccordo fra i due  gruppi di apostoli aperti drammaticamente a ventaglio attorno a Gesù nel telero dell’Ultima cena (1606) di Palma il Giovane, nel Duomo di Cividale. Del quale Palma il Giovane, nei Civici Musei di Udine, si ammira il quadrone La Vergine col Bambino, Sant’Ermacora e San Marco (1595), rispettivamente patroni del Friuli e di Venezia e, in quanto tali,  simboli politici dello stretto legame fra la “piccola patria” e la Serenissima; nella splendida veduta della piazza Contarena, all’epoca denonimata plaze dal vin, che fa da fondale all’epifania dei personaggi sacri, il pittore ha inserito un vaso con lo stemma di Udine, contenente i frutti della terra friulana: le spighe di grano e un tralcio di vite.

 

Il vino è anche protagonista di episodi profani. Come i Bevitori di Marcello Fogolino (1548) affrescati nel Palazzo Lantieri di Gorizia; nel lungo piano-sequenza con scene di caccia e rappresentazioni di fatti storici (Muzio Scevola, Orazi e Curiazi, assedio del Castello di Gorizia e assedio di Vienna da parte dei turchi) è inserito un banchetto all’aperto all’ombra di alberi fronzuti; intorno alla mensa imbandita con piatti e bicchieri colmi di rosso generoso, tra nani e donzelle, allegri commensali bevono a garganella e si addormentano ubriachi sul tavolo: notazioni di un realismo che pare “preso dalla strada”.

L’elegante  Grottesca di Giovanni da Udine, con girali di tralci, grappoli, racemi sorreggenti secondo lo stile pompeiano piccola scene, è tra il poco che resta, dopo il terremoto del 1976, del ciclo di affreschi di Giovanni da Udine dipinto tra il 1555 e il 1560 nel Castello di Colloredo di Montalbano. E al centro soffitto del salone d’onore nel Castello di Udine trionfa, di Giacomo Secante, lo Stemma allegorico del luogotenente Cavalli (1583) che intreccia in un carosello fastoso figure muliebri reggenti cornucopie dalle quali strabordano turgidi grappoli.

 

L’ubriachezza come leit motiv di tristezza per il declino della natura: nell’Allegoria dell’Autunno di Nicolò Frangipane (1597) un fauno dai lineamenti triviali, il capo cinto di pampini, sghignazza accanto al contadino dormiente, appoggiato su un ripiano sparso di pere, mele, ciliegie e uva,  in un paesaggio di luci ramate. Grappoli dorati guizzano tra un sovrabbondare di frutta e fiori nella Natura morta di Paolo Paoletti (secoli XVII-XVIII). L’Allegoria dell’Autunno di Giulio Quaglio (1695), nell’udinese Palazzo Braida,  è rappresentata da un giovane seminudo, smilzo e ventoso, la testa  cinta di foglie di vite, reggente nella destra un grappolo: malinconico Sileno vagante alla fine di un’orgia. Lo stesso Quaglio sempre a Udine, nel salone di Palazzo Antonini, sede della Provincia, raffigura con lievi colori d’idillio bucolico il mese di Settembre (1697); l’efebico giovinetto, cinto da una cornucopia serpentina ricolma di frutta, posa sotto un albero al cui tronco si avviluppa una vite ricca di grappoli. Jacopo Guarana, nell’udinese Palazzo di Maniago, esalta con sontuosi colori il il Trionfo di Bacco e Cerere e l’Allegoria dell’Autunno (1769). Il tripudio dionisiaco è voltato in “religiosa meraviglia” da Bartolomeo Ortari da Caporetto nel gioioso e sovrabbondante horror vacui di tralci e di grappoli che decorano l’Altare ligneo (1701) della Parrocchiale di Forame di Attimis.

 

A Villa Manin, luogo di feste e di piacevoli peccati “celebrati” nel fatale declino della Serenissima, ci si compiaceva di trasgressive ebbrezze, riflesse nei dipinti monocromi grigio-perla su sfondo dorati di Venere e Bacco, di Luigi Dorigny (1708-1710), e nelle morbide forme delle sculture settecentesche di Dioniso. A Palazzo Antonini di Udine, sede della Banca d’Italia, Martin Fischer “disegnò” con estro ingenuo su un viraggio di monocromo rossastro La pigiatura dell’uva (1709). Nel Duomo di Udine lo scultore veneziano Giuseppe Torretti inserì sul Mausoleo Manin, a sinistra nel presbiterio, il gruppo simboleggiante l’Opulenza della Repubblica Veneta (1718): la figura muliebre avvolta in voluttuosi panneggi stringe a sé una discinta saporosa contadinella che reca in braccio un fascio di spighe e ai piedi ha pampini e grappoli d’uva. Invece nella cappella del Santissimo  l’uva e il frumento, sorretti nelle mani da due Angeli marmorei, si sublimano in simboli eucaristici. Un elogio della viticoltura voltato in chiave spirituale cesella i pampini e i grappoli dei bracciali in ferro battuto, del XVIII secolo, che sorreggono le candele nella stessa cappella. Il delicato monocromo Autunno del padovano Andrea Urbani (1785), affrescato a Pradamano su un sovrapporta del salone di Villa Ottelio-Bozzi, delinea la robusta figura di Bacco seduta, mentre sul lato opposto due Amorini pigiano l’uva in una tinozza dalla quale fuoriesce il mosto. C’è pure Giambattista Tiepolo in questa “zuccherina” rapsodia, con uno scintillante grappolo d’uva bianca seminascosto dietro a un ciuffo d’erba nel prato dove si svolge la scena Rachele nasconde gli idoli (1727) affrescata nell’udinese Palazzo Patriarcale: un gioiello di colori lievi, trasparenti, squillanti, come di serra fiorita, dove le belle figure, in un’aria lucida e argentea schiettamente friulana, spirano sentimenti di letizia e di freschezza.

 

L’Ottocento si apre al Civico Museo Revoltella di Trieste con Il convito, dei primi anni del secolo, appartenente al ciclo delle Storie di don Giovanni del palmarino Giuseppe Bernardino Bison; la tempera su cartone, ambientata nello scorcio di un salone, rappresenta due personaggi al tavolo, sul quale troneggiano piatti, bottiglie e bicchieri di vino. Altre opere conservate nell’istituto museale triestino sono le due Nature morte con frutta, uva e uvaspina di Francesco Malacrea, di origine friulana, databili nella seconda metà del secolo, e l’Interno di un cortile del capodistriano Bartolomeo Gianelli, in cui spicca il pergolato di vite che orna la quinta del porticato.

A Udine figure neoclassiche di Bacco sono rappresentate negli interni di due edifici. A Palazzo Lovaria il nume, dipinto a grisaglia da Domenico Paghini intorno al 1825, campeggia su una parete che ha per sfondo un loggiato ornato di festroni di viti e aperto su visioni di campagne e di colline vaporose nella foschia. Nella Casa Tomada il veneziano Giuseppe Borsato ha dipinto il nume in lussureggianti veste rosse e azzurre, sdraiato accanto a una grande cornucopia, mentre assapora mollemente il nettare da in una coppa dorata. Nella raffinata e preziosa decorazione dei soffitti di Palazzo Caiselli  Ferdinando Simoni, fra tenui girali, putti, fiori di campo, inserisce un uccelletto che pilucca da un tralcio di vite grossi acini di uva nera. A Palazzo Antonini-Belgrado Antonio Picco ha dipinto scene dionisiache, con satiretti danzanti, sileni, ninfe, suonatori di flauto, eroti.

 

Ad aprire la sequenza delle opere del Novecento è il quadro Chioggiotti alla briscola, del goriziano Italico Brass. L’autore, dopo gli anni trascorsi a Monaco di Baviera e a Parigi, si stabilì a Venezia. La tela, ora alla Galleria d’arte moderna di Udine, seppure del 1892 (venne premiata al Salon parigino dell’anno successivo), contiene i germi di tutta la successiva produzione di Brass. Il verismo “paziente e laborioso” porta i segni dell’alunnato monacense, ma il gusto per una realtà minuta, scandagliata psicologicamente, annotata nelle accidentalità di luce e d’atmosfera con una pennellata che tende a scomporre la corposa tattilità dei volumi, poteva nascere soltanto dalla consuetudine con gli impressionisti. I colori rosati, bruni, grigi, verdi, i tocchi argentati, rivelano inoltre l’attenzione verso Ricci, Tiepolo, Guardi, mentre il rapporto fra i primi piani in ombra dei giocatori e lo sfondo paesaggistico, dissolto nel chiarore, propone uno schema strutturale che diverrà ricorrente in Brass.

A Udine, nella sede centrale della Cassa di Rispamio del Friuli-Venezia Giulia, in una delle sale adibite a Monte di Pietà è conservato il Fregio di Enrico Miani (1925), autore di decorazioni liberty con richiami al classicismo rinascimentale; raffigura un corteggio di eroti grassottelli intrecciati a festoni di pampini e di frutta. Alla Galleria  d’Arte Moderna c’è invece La potatura di Enrico Ursella, delicato cantore di un Friuli agreste; il quadro ha intonazioni di ascendenza pascoliana.

 

La Vendemmia del toscano Loris Pasquali (1935), giunto in Friuli nel novembre 1918 quale ufficiale delle truppe italiane dopo la battaglia di Vittorio Veneto, appartiene al ciclo delle Quattro stagioni, sorta di poema rusticano esaltante i temi del vino e della buona tavola, dipinto per la trattoria di Segnacco Al Gjal blanc. Per le figure allegoriche di contadini campeggianti nelle tele, che ora ornano la trattoria La Balotarie di Loneriacco, Pasquali prese a modello personaggi locali descritti con gioioso realismo e inquadrati in pittoreschi scorci d’ambiente. La vendemmiatrce simboleggiante l’Autunno, arrampicata sulla scala con il cesto e l’abito blu contro i panneggi verdi delle viti, rappresenta una bellezza destinata a sfiorire come le foglie. Il ragazzo rubizzo nell’oscura cantina, che ride spillando il vino da una botte, impersona invece La sera nel ciclo, sempre di Pasquali, delle Tre parti del giorno.

 

Sempre a Udine, nella sala da pranzo di Casa Cavazzini, di cui è in corso la trasformazione, su progetto di Gae Aulenti, in Galleria d’arte moderna, Afro Basaldella dipinse nel 1937, sulle pareti e sul soffitto ad archi incrociati, Scene di Vendemmia, Idilli campestri, un Banchetto rustico focalizzato sul gong corallino percosso dal ragazzetto in primo piano, Vedute di vita cittadina, le Stagioni e le Arti animate da putti e da figure femminili. Gruppi di Vendemmiatori arricchiscono anche la Mappa del Friuli nella tempera del salotto. In questa sorta di popolare narrazione epico-lirica la presenza palpitante della realtà viene gioiosamente contaminata dalla memoria del fastoso classicismo veronesiano, della gustosa anneddotica del Carpaccio, della sensuosità tiepolesca.

In molte osterie dei Colli Orientali del Friuli Giacomo Meneghini detto Jacum pitor, “personaggio incredibile, quasi nostrano Ligabue”, forse ”la voce più naïv che la pittura del Friuli annoveri nei suoi duemila anni di storia” – ha scritto Giuseppe Bergamini - dipinse fino alla morte avvenuta nel 1935 episodi dionisiaci ispirati ai vini della zona. Fra le opere rimaste intatte è il ciclo di affreschi a Spessa di Cividale, nella casa dei conti Romano, tra i quali primeggia un bizzarro Bacco a gambe nude e tunica cinquecentesca, il capo cinto da una corona di foglie di vite, nelle mani un bicchiere e una brocca.

 

A Trieste, nel 1937, Carlo Sbisà affrescò in una casa di via Picciola una Maternità, nel cui angolo in basso a destra, guardando, un’ancella in sfolgorante veste turchina dispiega su una bianca tovaglia frutta e grappoli d’uva a simboleggiare fecondità e abbondanza. La purezza e la precisione delle linee, l’armonia e la misura dell’impianto strutturale, le sapienti prospettive centrali, i colori limpidi, luminosi, trasparenti, si ispirano alle “saghe” parietali quattrocentesche dell’Italia centrale, stilizzate alla maniera preraffaellita, ma con ampie e robuste volumetrie latine; la fissità atemporale delle figure, indossanti tuniche e pepli d’ascendenza greco-romana secondo l’aulico gusto novecentista, si arricchisce di appunti descrittivi, di acconciature alla moda. Del 1937 è la Baccante di Dyalma Stultus (collezione privata): rappresenta con volumetrica suadenza novecentista una giovane donna ignuda, seduta ebbra in un bosco, che sprizza con la destra sul capo un grappolo d’uva.

Nel Gioco a carte di Giovanni Craglietto (1940), in collezione privata, il bicchiere colmo di vino rosso della donna che osserva i giocatori emana una sorta di malinconia borghese.

Al Civico Museo Revoltella l’Orto in Valle Lunga di Nino Perizi stilizza un gruppo di viti. L’incisività del segno-colore e i nervosi contrasti volumetrici esprimono un mondo tra figurativo e astratto, in cui la purezza e la varietà cromatiche, immerse in bianchi calcinati e splendenti, sono sottese da risentite tensioni lineari che si articolano guizzanti e frenetiche. La trama segnica si libera progressivamente da indugi narrativi per dispiegarsi in sincopate frenesie, in raggianti esplosioni di tasselli cromatici, nei Controluce carsici e nelle Vigne, ora in collezioni private, fino ad approdare, negli anni Sessanta, a una totale astrazione. Ancora al Revoltella la scultura Ditirambo dell’isontino Mario Sartori (1959) sprigiona eccitazioni dionisiache “scomponendo”, secondo suggestioni di Arturo Martini, la tradizione classica e rinascimentale e consumando  la massa plastica con sottili ritmi di ironica e sensuale grazia.

 

Nelle Osterie dell’istriano Livio Rosignano siedono uomini e donne senza prospettive, soffusi d’angoscia. A volte l’immagine ha un taglio basso e inquadra solo la parte inferiore del corpo (Donna al banco di mescita) a dire una totale spersonalizzazione, un’angoscia kafkiana di timbro europeo-continentale. Colori morbidi, velati, come di vecchie sete e di velluti impolverati, dicono la partecipazione e la controllata tenerezza con cui l’artista guarda a un mondo e a una gente immersi in assorti silenzi.

 

Infine Fred Pittino. Dopo la stagione novecentista degli anni Trenta vissuta fra Udine e Milano, rientrato in Friuli, l’artista originario di Dogna ispirò la propria pittura a un naturalismo “etnico” drammatico e teatrale. La teatralità per lui, così come la prospettiva per i pittori del Quattrocento, era la struttura del reale, rappresentava il modo di percepirlo. Teatrali erano anche le Arianne e le Odalische discinte, i Bacchi in cilindro sfondato ornato di pampini, dipinti, sul finire degli anni Sessanta, in una luce vinosa, calda, opulenta di tramonto, con volgarità grassa e gioiosa temperata da una qual ironia “felliniana”.  L’artista sembrava aver trovato in essi la saggezza oraziona del carpe diem venata di malinconiche inflessioni.

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Licio Damiani, nato nel 1935 a Lussinpiccolo (Istria), vive a Udine. Giornalista professionista e critico fa parte dell’AICA, l’Associazione internazionale dei critici d’arte. E’ autore di due volumi sull’Arte del Novecento in Friuli pubblicati dall’Editrice Del Bianco (Udine-Bologna): Il Liberty e gli anni Venti (1978) e Il Novecento-Mito e razionalismo (1981, premio Ciscjel-Aquileia promosso dall’Associazione Industriali della Provincia di Udine) nonché di numerose monografie e saggi su pittori, scultori, architetti. Nel 2001 è uscito Friuli-Venezia Giulia, L’arte del Novecento (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone). Per Matteo Editore, Dosson di Casier (Treviso) ha curato nel 2006 Modotto pittore e nel 2007 Bottegal - Solitario poeta della natura.

Tra i libri di narrativa, di poesia e di viaggio vanno ricordati Paura di Vera e altri racconti ( La Nuova Base, Udine, 1972); Racconti del Nord-Est, con Carlo Sgorlon e Tito Maniacco (Gremese Editore, Roma,1976);  Maggiolone e Maggiolina, romanzo per ragazzi (Istituto per l’Enciclopedia del Friuli-Venezia Giulia, Udine, 1978); Il cavallo tra gli olivi e L’occhio del dio marino (Gremese, Roma, 1980); Alla fine del giorno (Carlo Lorenzini Editore, Tricesimo, Udine, 1984); Gli sposi di Atene e Il sorriso di Venere (Alfredo Guida, Napoli, 1990); Le immagini ritrovate (Campanotto, Pasian di Prato, Udine, 2005) Arcipelago della memoria (La Nuova Base, Udine, 2007).

Due le raccolte poetiche uscite da Campanotto: La finestra azzurra (1990) e Il silenzio delle cicale (1995). Nel 1968 è stato premiato a Portofino al concorso letterario Il Navigante, da una giuria presieduta da Carlo Bo e di cui facevano parte, fra l’altro, Manlio Cancogni e Sergio Pautasso, per il racconto inedito su temi marinari Qualcosa cambiava. Collabora a quotidiani e a riviste e ha collaborato alla realizzazione di documentari cinematografici e televisivi. Nel 1983 ha concorso sotto l’aspetto scientifico all’allestimento della Galleria civica d’arte moderna di Udine.

 


mercoledì 21 ottobre 2009
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