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GABRIELE LUIGI PECILE

Francesco Del Zan

Luigi Mario Pecile nasce a Fagagna l'11 novembre  1826, figlio postumo di Giandomenico e di Antonia Madonizza da Capodistrìa. Educato dallo zio paterno Gabriele - titolare di una tipografia in Udine, imbevuto delle idee della rivoluzione francese, affiliato alla massoneria e simpatizzante carbonaro - ne adotta più tardi il nome, in segno di riconoscenza e affetto. Compiuti gli studi classici come allievo esterno presso il seminario diocesano di Udine, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Padova e nel 1849 vi consegue la laurea. Gabriele_Luigi_PecileNel frattempo, allo scopo di approfondire le proprie conoscenze giuridiche ed economiche, frequenta l'Ateneo di Vienna, dove è testimone dei moti scoppiati per mano degli studenti nella primavera del 1848, imbracciando anch'egli le armi. L'avvenimento accende il lui la passione politica e la fede liberale che lo sorreggono per l'intera vita.
     Sposa quindi Caterina Rubini - discendente da un'antica famiglia di Gemona, figlia di Domenico, futuro deputato, senatore e sindaco della città di Udine - che gli darà tre figli, Attilio, Domenico e Ida. Fin dai primi anni '50 egli attende alla conduzione e al miglioramento della proprietà di Fagagna cui, nel 1851, si aggiunge una tenuta acquistata a San Giorgio della Rìchinvelda. Nel 1885 fa parte del gruppo che ridà vita all'Associazione Agraria Friulana, di cui diviene subito consigliere, impegno che mantiene fino alla morte.


Collabora assiduamente al Bullettino con un'intensa pubblicistica che nemmeno gli impegni pubblici interrompono, in cui affronta con acume i principali nodi dell'agricoltura locale. Dal 1858 Pecile lega il suo nome alla lotta per l'indipendenza dallo straniero: sotto la copertura dell'Associazione Agraria, affiancato da Carlo Kechler, futuro consuocero, Lanfranco Morgante e Giuseppe Giacomelli costituisce la società segreta denominata Comitato veneto sezione V pella provincia del Friuli.
In questo ambito, Pecile da prova di grande abilità e attivismo, segnalandosi nell'organizzazione del plebiscito segreto dei comuni friulani per l'unione all'Italia. L'iniziativa costa a Morgante, Kech/er e altri patrioti la deportazione a Olomuoc e successivamente il confino a Brno, entrambi in Moravia. Assieme a Ottaviano di Prampero, cognato di Luigi Chiozza, nel 1860 è ricevuto da Cavour, presso cui si fa portavoce delle istanze degli irredentisti friulani.


L'annessione al Regno d'Italia segna l'ingresso di Pecile nella politica attiva. Nominato dal Commissario del re Quintino Sella tra i componenti della Giunta provinciale provvisoria, presidente del Circolo Indipendenza, in cui si riconoscono la possidenza terriera e la borghesia imprenditoriale udinese, nello stesso 1866 egli è eletto nel collegio di Gemona alla Camera dei Deputati. Rappresenta lo stesso collegio nella IX e X legislatura, quindi nella XI e XII quello di San Donà - Portogruaro. Pecile si dimostra uno dei più lucidi interpreti delle esigenze economiche della provincia friulana, al cui sviluppo egli dà un reale contributo, facendosi promotore di numerose, fondamentali iniziative. Costruzione del Canale Ledra e della Ferrovia Pontebbana, ferrovia pontebbanaistruzione popolare, decentramento amministrativo, brigantaggio, costituiscono i temi di altrettante battaglie in cui egli s'impegna con passione. Di idee liberali, egli aderisce alla Destra storica; nel 1876, tuttavia, al rifiuto da parte del Governo di revocare la tassa sul macinato, rivendicando la libertà di coscienza, nella memorabile giornata del 18 marzo, vota contro il Ministero Minghetti, contribuendo così alla sua caduta e favorendo l'inizio della nuova fase dei governi della Sinistra. La decisione gli costa la rielezione a deputato.

 

La conclusione dell'esperienza parlamentare non segna tuttavia la fine dell'impegno pubblico di Pecile. Sindaco della città di Udine tra il 1878 e il 1883 e tra il 1899 e il 1900 - dopo aver preso parte alla sua Amministrazione sin dal 1858 - egli introduce numerose innovazioni nei settori dell'istruzione, della sanità e della polizia urbana, manifestando una notevole sensibilità nei confronti dei servizi sociali destinati alla popolazione operaia. Si adopera per la realizzazione di una serie di infrastrutture utili allo sviluppo economico della provincia, in particolare per quanto riguarda l'assetto urbanistico e le comunicazioni. Ottiene la cessione al Comune, da parte del Governo, dello storico castello che si erige sul colle al centro della città. Il fenomeno dell'emigrazione, innescato dalla crisi agraria che colpisce il Paese alla fine degli anni 70, vede Pecile in prima fila, quale presidente del Comitato ad hoc istituito dall'Associazione Agraria. Le pagine del Bullettino divulgano puntualmente le informazioni raccolte con pertinacia dal Comitato circa i flussi migratori e le reali condizioni degli emigrati, per tutelare i contadini dalle promesse con cui gli agenti dell'immigrazione allettano le masse rurali.


Nel 1880 Pecile è nominato senatore a vita: riduzione del carico fiscale, riforma del catasto, insegnamento, avversione ai dazi protettori sono oggetto di appassionati interventi parlamentari. Gli impegni romani non lo distolgono, tuttavia, dal farsi promotore a Fagagna, nell'ultimo ventennio dell'Ottocento, di alcune iniziative di carattere associazionistico, col concorso dei fondi del Legato Pecile, istituito con disposizione testamentaria dallo zio Gabriele. Latteria sociale, ghiacciaia economica, macelleria sociale cooperativa, scuola di apprendisti panierai, cassa rurale, scuola di merletti Brazzà, scuola di agricoltura pratica per i terrazzani, concorsi a premi per incrementare la frutticoltura e la viticoltura, sono destinati a esercitare un'influenza positiva non solo locale, ma nel più ampio contesto friulano.


   Nel 1882 sorge, grazie al suo interessamento, il Cotonificio udinese; nel 1895 è patrocinatore e fondatore della Società degli Agricoltori Italiani - l'odierna Confagricoltura - di cui assume la vice - presidenza.
Dedica gli ultimi anni della vita agli amati temi dell'educazione giovanile e della formazione degli insegnanti - Pecile è convinto sostenitore delle teorie di Friedrich Froebel, che contribuisce a divulgare nel nostro Paese - cui si aggiunge la preoccupazione per la prevenzione e la cura della tubercolosi, che egli riconosce come una grave malattia sociale. Realizzazione di sanatari, demolizione delle abitazioni malsane, costruzione di case popolari sono gli strumenti che egli propugna. La morte, che lo coglie a Fagagna il 27 novembre 1902, gli impedisce di vedere realizzati questi progetti, che saranno portati a termine più tardi dal figlio Domenico.

Sano, sanissimo!

   Settembre 1862. I tre viaggiatori sorseggiano stupiti il vino di quattordici anni prodotto da Monsieur Dénavit, agiato commerciante di Lione che li ospita a Vadoux, nella propria tenuta vicino a Belleville. È tempo di vendemmia nel Beaujolais: Pecile e i compagni, reduci dall'Esposizione di Londra, Londra_1862colgono l'occasione del viaggio di ritorno per osservare di persona i sistemi di coltivazione praticati nelle regioni vinicole più affermate di Francia. A stupore si somma stupore: a Londra, per la messe di medaglie raccolta dai vignaioli austroungarici; in Francia e nel cantone svizzero di Vaud, per i redditi che la vite assicura a possidenti e a coloni. Il paragone col Friuli è stridente: il vino, che assieme ai bozzoli e al grano costituisce il maggior cespiti dell'agricoltura locale, non assicura la rendita di un tempo.
   I più incolpano l'epidemia di oidio, che dal 1851 flagella anche i vigneti friulani. I raccolti sono distrutti o decurtati ora a un decimo, ora a un ventesimo del loro prodotto medio; le viti intristiscono e i filari sono ridotti pressocchè ai soli alberi; la solforazione, con cui i più attenti ai ritrovati della scienza combattono la crittogama, obbliga a spese aggiuntive. Per far fronte alla domanda s'importano vini, soprattutto dall'Ungheria: si tratta di vini comuni, dal cui confronto, tuttavia, quelli locali escono sconfitti. Dai vini ai vitigni, il passo è breve; oltre che all'Ungheria, si guarda agli altri paesi rinomati per la loro produzione.


Nel 1863 sono introdotti così in Friuli oltre un milione di maglioli forestieri. I più solerti attingono anche notizie sui sistemi di coltivazione: oltralpe prevale il vigneto specializzato, con le viti allevate basse. Tra la fine degli anni '50 e l'inizio dei '60, oltre una ventina di proprietari s'avventura nell'esperimento della vigna bassa; al fior fiore della possidenza friulana, come Gherardo Freschi a Ramuscello, Antonio Ottelio ad Ariis, Nicolò de Brandis a San Giovanni, Carlo Cernazai a Ipplis, della Bona a Ranzano, Luigi Chiozza a Scodovacca e lo stesso Pecile a Fagagna, si affiancano persone come il mugnaio Berton a Cavalicco, il parroco di Pagnacco, il cappellano dei Rizzi.
In seno all'Associazione Agraria si accende un dibattito serrato, che Pecile e Chiozza portano sulle pagine del Bullettlno - il monitore, lo svegliarino di tutte le istituzioni nostre - in forma epistolare, per dar modo a chiunque di inserirsi nella discussione. I due rispolverano i mastri delle rispettive aziende ed esaminano i conti delle annate ordinarie, antecedenti alla comparsa dell'oidio: lo spoglio della rendita in vino di un decennio mi fece cascare il naso osserva il primo; cifre, la di cui eloquente semplicità potrebbe decidere qualche agricoltore a levar le viti dai campi per farne legna da fuoco; il che costituisce il più sicuro rimedio contro la crittogama echeggia il secondo.piantagione
Entrambi pongono sul banco degli imputati il sistema dei filari alberali e vitati, inframezzati ai cereali, universalmente adottato in Friuli. Pasticci di viti, di gelsi, di frutti, di alberi, di grano, di erbaj in un solo terreno, che rendevano boschi i nostri campi accusa Pecile. Le viti sono assicurate a ciascun albero in numero di dieci, financo a venti, senza distinzione di colore e tantomeno di varietà; i tralci, ritorti a guisa di fune, si stendono e si collegano a quelli dell'albero vicino. Durante l'estate nessuna cura è riservata alla vite; per scongiurare i furti campestri si affretta la vendemmia, tanto che nel tino otto anni su dieci tocca di vedere l'uva di sette colori come l'iride [...] e quale vino poteva dare quell'uva se non vino da bettola?
Stigmatizza Pecile, che in un altro scritto ribadisce, col sarcasmo che lo contraddistingue, una specie di infuso di santonico, di rabarbaro, di teriaca.
Egli, che all'inizio si riconosce ignorante in viticoltura, vi profonde carta, olio di lume e quattrini e. ..molti chilometri in ferrovia. Ne deriva una martellante campagna d'informazione e di persuasione che si dipana con regolarità tra il 1862 e il 1863 su ogni numero del Ballettino e si protrae, sebbene con minore frequenza, fino al 1880. Studio bibliografico, ricognizione delle condizioni ambientali, esame delle varie esperienze condotte su vitigni e forme di allevamento, analisi economica e dei rapporti di produzione: nessun aspetto è trascurato. Tutto esposto con una prosa diretta, a volte brusca, godibile per la tagliente ironia che la pervade, specchio del temperamento sanguigno del Nostro.


   Le esperienze del passato sono vagliate con spirito scevro da timori reverenziali, che non risparmia nemmeno Fabio Asquini e Antonio Zanon, le cui esperienze avevano segnato profondamente l'ambiente di Fagagna, ove Pecile inizia la propria formazione culturale. Un affare di lusso sono le uve maturate sui graticci, con cui Asquini produceva il Picolit, per cui quel vino raro costa carissimo, e con dosi omeopatiche non saniamo le piaghe della borsa. Deluso dagli scrittori di cose agrarie italiani - Berti Pichat è definito un anacronismo vivente - Pecile si rivolge ai francesi: nei trattati di Odart, Guyot, Gasparin, Lavergne e nelle annate del Journal d'Agriculture pratique egli cerca le ragioni che hanno reso il vino una delle principali fonti di prosperità della Francia. Ne deduce poche, lineari regole, avvalorate dalle osservazioni di viaggio e dalle prove condotte nelle proprie aziende. Bisognerà prima di tutto scegliere i buoni vitigni, proscrivere quelli che danno poca uva, introdurne, occorrendo, dì nuovi; poi coltivare la vite in vigna. [...] Buona uva, pigiata e fermentata quando occorre, e non più; in ciò si comprende il più gran trattato di enologia. Manca, tuttavia, la conoscenza sulle varietà coltivate in Friuli: se nei fìlari si avessero prima d'ora separate le diverse qualità [...] Ma signor no. Il buon senso, la ragione, devono essere escluse dalle agricole faccende; il casaccio deve sedere in poltrona e decidere. Per colmare questa lacuna, Pecile si fa promotore, presso l’Associazione, di una Mostra di Prodotti agrari, e assume la presidenza della Commissione all’uopo costituita.



L'esposizione - che apre le porte dal 19 al 23 settembre 1863 nello Stabilimento Agro-Orticolo, al civico 1470 di Borgo Pracchiuso -costituisce la prima documentazione sulle varietà di vite coltivate in Friuli. stabilimento_agro-orticoloOgni campione è accompagnato, infatti, da un foglio di modula, predisposto dalla Commissione, in cui sono riassunte le principali informazioni circa le caratteristiche del prodotto e le condizioni in cui esso è stato ottenuto. Nella sezione uve, la più numerosa, figurano 47 espositori, provenienti da tutti i distretti viniferi, con 700 e più campioni, suddivisi in oltre 300 varietà.
Chiunque avrebbe acclamato il pieno successo dell'iniziativa; Pecile invece, con razionale pragmatismo, giudica l'esposizione opportunissima per mostrare il caos che regna in tale materia, e per mostrare la necessità di restringere il numero delle qualità a quelle poche da cui si può attendersi ottimo, abbondante e costante prodotto [...] Ripetere però quella mostra non valeva la pena. A questi principi e; ili si attiene anche in seguito: ciascun proprietario segua il suo esempio ed effettui esperimenti per individuare le varietà che più convengono, dando conto dei risultati, anche se negativi, attraverso il Bullettino, in modo che altri potrà imparare gratuitamente ciò che io ho appreso con ispesa non lieve [...] evitando di ripetere prove già fatte, ed esperimentare vitigni già inutilmente tentati.


Nominato componente della Commissione ampelografica provinciale, ribadisce con una secca lettera a Freschi, che ne è il presidente, la propria contrarietà a ricominciare dall'alfabeto; a fare la raccolta di tutte le uve; a perdere [...]il tempo in ricerche [...]di poca pratica utilità.
Tanta determinazione non scalfisce tuttavia la cascaggine universale dei viticoltori. Bisognerà attendere l'epidemia di fillossera e la conseguente ricostruzione dell'intero sistema viticolo friulano perché si avveri il sogno di vedere i nostri colli coperti di vigne come la Borgogna, come il Boggiolese, come le sponde del Lago di Ginevra, e il nostro vino cresciuto in quest'arida terra, in quest'aria asciutta, limpido, saltellante, profumato, gustoso, dar scacco matto a tutti i vini da tavola del mondo; e le vigne offrire lavoro alle braccia che vanno a mendicar/o in paese straniero; ricchi i proprietari e ricchi i vignaiuoli, come lo sono dove la vigna è condotta abilmente e in favorevoli condizioni. Pecile è però consapevole che, per tradurre in realtà questa visione conviene allevare tutta una generazione di vignaioli. Singoli individui non faranno mai prosperare i vigneti di un paese.


La maggior parte dei posteri ha mancato di riconoscere questo ruolo cruciale svolto da Pecile nella modernizzazione della viticoltura friulana. Egli, d'altro canto, al termine della sua fatica, chiede solo che non gli si neghi in vecchiaia qualche buon bicchiere di vino, che Dio mandi in abbondanza al nostro povero Friuli.


 

(Da AA.VV. - "La terra indagata. I pionieri della ricerca in Friuli" , a cura di F. Del Zan,  Ed. ERSA, 2009)

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Francesco Del Zan, è nato a Udine (1944) ed è laureato in scienze agrarie all’università di Padova. È stato direttore del Servizio della sperimentazione agraria dell'Agenzia regionale per lo sviluppo rurale (ERSA) del Friuli Venezia Giulia. Ha approfondito vari aspetti inerenti la storia dell'agricoltura del Friuli e responsabile del programma agronomico  di selezione clonale della vite presso il medesimo Ente.

È autore di numerose pubblicazioni. Tra i volumi  ricordiamo: “La vite e l'uomo. Dal rompicapo delle origini al salvataggio delle reliquie”,  in collaborazione con altri autori (2004) e “La Terra Indagata - I Pionieri della Ricerca in Friuli (2009), entrambi editi dall'ERSA.


 


giovedì 19 agosto 2010
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